CULTURA

Il paese di Vermiglio è formato dalle tre frazioni di Cortina, Fraviano e Pizzano, attualmente quasi impossibili da identificare in seguito allo sviluppo urbanistico ma un tempo ben definite e da considerare quasi tre piccole comunità autonome. Sorte presso gli omonimi rivi (non solo naturali prese d’acqua ma anche prese di forza per opifici vari) strette intorno alle proprie chiese rispettivamente di San Pietro, la patronale di Santo Stefano e Santa Maria e ai propri caseifici turnari, le tre frazioni originarie sono state affiancate negli ultimi decenni del secolo scorso dalle zone residenziali di Borgo Nuovo e Dossi nonché dall’agglomerato turistico del Passo del Tonale.

Scavi archeologici effettuati nel 2003 (in attesa di approfondimento e valorizzazione) promossi dall’archeologo locale dott. Alberto Delpero, hanno permesso di delineare una traccia circa i presunti primi abitanti della zona.

Sebbene documentata in Val di Sole ma priva di una storiografia locale, della presenza romana non resta che traccia nei toponimi: Vermiglio, (in dialetto Verméi) sembra abbia origine dal latino armilla, anello, braccialetto.

Documenti che attestano la presenza umana e di un’economia che la giustifichi (oltre a quelle facilmente intuibili della pastorizia e della cacciagione) sono quelli inerenti lo sfruttamento delle miniere di ferro del monte Boai. Un’industria estrattiva e di lavorazione del metallo è strettamente legata al combustibile necessario per il funzionamento delle fucine, nella fattispecie il legno. Pertanto non è da considerarsi secondaria un’economia imperniata sullo sfruttamento delle ricche foreste della Val Vermiglio: oltre al legname da opera, le numerose aial (piazzole) dei carbonai presenti sul territorio sono testimonianza della notevole produzione di carbone vegetale.

Vermiglio e il Principato vescovile

L’ambigua figura di un principe-vescovo è il risultato di una politica di compromesso a cui si giunge nel 1004 tra potere secolare e religioso. Poco sappiamo del periodo medievale ma è certa la presenza di persone già capaci di accumulare consistenti ricchezze: ne è un esempio Domenico de Marzi, fondatore dell’Ospizio San Bartolomeo al Passo del Tonale. [...]

Una fotografia di discreta nitidezza della vita nella Vermiglio del Cinquecento la offre la Carta di Regola, una sorta di statuto concesso a partire dal 1400 dal Principe Vescovo alle varie comunità trentine, non senza un cospicuo tributo di sangue al termine di violente rivolte. La Guerra di Successione alla corona spagnola (1700-1713) vede impegnato anche il Principato Vescovile. 

Vermiglio nell'Impero Austroungarico

Le turbolenze napoleoniche portarono alla secolarizzazione del Principato Vescovile di Trento e con la Restaurazione la Regione, dopo una breve comparsa nel Regno d’Italia, fu assegnata nel 1815 all’Impero asburgico, quale parte della contea del Tirolo, con capitale Innsbruck.

Le guerre d’indipendenza e di unificazione italiana indussero i comandi asburgici ad una politica di fortificazione e arroccamento lungo i confini trentini. Ne fu interessata anche la zona di Vermiglio, che nella seconda metà del 1800 vide l’apertura del nuovo tratto della strada imperiale Fucine-Passo Tonale (l’attuale SS n.42) e la costruzione della ridotta di sbarramento Forte Strino.

In quegli stessi anni si compiva la pacifica e romantica conquista delle più alte vette della catena alpina. Pionieri dell’alpinismo furono inglesi e tedeschi. Nell’agosto del 1864 William Douglas Freshfield compiva la prima ascesa della Presanella.

Le opere di irrobustimento militare della linea difensiva di confine furono potenziate in seguito, nei primi anni del secolo scorso con l’erezione dei forti Zaccarana, Presanella e Mero e da un sistema di trincee e postazioni in alta quota.

La necessità di manodopera nelle opere militari diede favorevole impulso all’economia edilizia del paese. Proprio il figlio di un imprenditore edile di Vermiglio, diventerà un rilevante esponente della letteratura romantica tirolese: si tratta di Bartolomeo Del Pero (1850-1933). Nato a Pizzano, dopo infanzia e gioventù trascorse nel paese natio, si arruola nella gendarmeria e trasferitosi a Innsbruck si innamora della lingua tedesca. Sarà il classico cantore patriota ed al termine del primo conflitto mondiale il suo esasperato nazionalismo lo terrà per sempre lontano da Vermiglio, in un volontario esilio.

Nonostante personaggi del calibro di Del Pero siano esempio di incrollabile fede nei confronti dell’Imperatore, è tuttavia indubbia una certa malafede austroungarica nei confronti dei sudditi di lingua italiana. Sebbene presenti in Trentino correnti decisamente filoitaliane, a Vermiglio la repressione della gendarmeria imperiale si manifestò con arresti preventivi dettati più dalle dicerie e dalle delazioni che da una reale attività sovversiva.

Arrestati ed internati nel lager di Katzenau, una località nel comune di Lienz, furono dunque anche ventuno vermigliani, diciannove uomini nonchè due donne: Maria Veronesi e la maestra elementare Alma Panizza, quest’ultima forse l’unica convinta irredentista.

Vermiglio e la Grande Guerra

Nel 1915 le autorità asburgiche ordinarono l’evacuazione del paese, così i vermigliani lasciarono il paese con destinazione Mitterndorf. Durante il forzato soggiorno nella città di legno le molteplici privazioni e l’imperversante febbre spagnola elevarono il tasso di mortalità infantile e senile fra i profughi. Verso il termine del conflitto i vermigliani rientrarono scaglionati, ospitati in case private in Val di Non, Val di Pejo e Rabbi ed in alcuni paesi della Val di Sole. Nel frattempo Vermiglio veniva distrutto dai bombardamenti. Con la desolante visione del paese raso al suolo crollava definitivamente anche l’Impero Asburgico e la sconfitta comportò un nuovo cambio di bandiera per il territorio trentino: questa volta sarà il tricolore italiano a sventolare a Trento.

Tra le due guerre

Il difficile momento post bellico mise i vermigliani in estreme difficoltà economiche e questo indusse molte famiglie ad abbandonare il paese per cercar fortuna oltreoceano.

Sarà questa un’imponente ondata migratoria che avrà come meta le due Americhe: come si ebbe a scrivere cinquant’anni dopo, anche molti emigranti vermigliani furono attratti dal mito delle strade lastricate d’oro. Per poi scoprire che le strade non erano lastricate d’oro, anzi non erano affatto lastricate, lastricarle era compito loro.

Per molti l’esperienza in Merica fu il definitivo abbandono del paese natio, per altri l’occasione di accantonare piccole somme da investire in qualche attività al rientro a Vermiglio o semplicemente per crearsi una famiglia.

Intanto la nascente industria pesante lombarda progettava lo sfruttamento della forza idrica delle montagne al fine di placare un’insaziabile fame di energia. Le opere necessarie alla realizzazione di quella che è stata definita una colonizzazione idroelettrica diedero sollievo all’economia locale per la forte richiesta di manodopera, specialmente di minatori. Tuttavia il prezzo in vite umane pagato dalla comunità di Vermiglio fu elevatissimo: la silicosi e gli incidenti in galleria ne uccideranno di più delle due guerre mondiali.

Ancora guerra ed emigrazione

Il suolo europeo non ancora completamente asciutto del sangue versato nel primo conflitto mondiale, nel giro di pochi decenni si accingeva ad esserne nuovamente inondato.

Partirono e patirono ancora i vermigliani, questa volta con la divisa degli alpini: li troviamo in Albania, Grecia, Francia e nelle steppe russe. Per molti non ci fu ritorno, per altri la triste sorte della prigionia.

Al termine della seconda guerra mondiale ripresero i lavori nei cantieri idroelettrici con le conseguenze di cui sopra. Intanto la nuova crisi economica post bellica offrì la solita misera alternativa: l’emigrazione.

Le nuove Meriche questa volta furono principalmente l’Australia ed il Cile. La prima necessitava di manodopera da cantiere, la seconda garantiva terra da coltivare: entrambe significarono soverchianti fatiche.

L’esperienza cilena fu addirittura disastrosa per alcuni: venduta ogni cosa a Vermiglio per la nuova avventura, si ritrovarono in una terra sassosa, improduttiva che ben presto prosciugò i miseri risparmi e costrinse ad un amaro e mortificante rientro in patria.

Per gli esclusi dalla cerchia dei bacani, ovvero i contadini allevatori, il boom economico dell’Italia del nord degli anni Sessanta offrì nuove opportunità di lavoro, strappandoli così alla precarietà che spesso induceva molti giovani a traffici di contrabbando o alla pericolosa attività di recuperante.

Torino e soprattutto Milano saranno le nuove mete di emigrazione, senza dimenticare la Bassa bresciana dove forte era la richiesta di braccianti agricoli. Questa volta saranno anche le ragazze di Vermiglio a fare le valigie per recarsi a fare le "serve", ovvero le collaboratrici domestiche, presso le nuove famiglie borghesi di città.

Verso il nuovo Millennio: la rivoluzione turistica

L’industria turistica importata a Passo del Tonale fiorisce negli anni Settanta dando vita ad un nuovo tipo di sviluppo economico e sociale. Si assiste ad un progressivo abbandono della stalla da parte dei piccoli allevatori a cui è offerto peraltro un unico modello di sviluppo zootecnico, alquanto discutibile per l’alta montagna, imperniato sul mito della modernizzazione e dell’industrializzazione del settore. Di fatto viene rotto il secolare e naturale rapporto fra uomo e territorio, facendo così scomparire quelle minuscole attività agricole a conduzione famigliare che potremmo definire unità minime di sussistenza.

L’oggettivo sviluppo economico generato dall’attività turistica e da un’intensa espansione urbanistica ha indicato il settore edilizio ed impiantistico come sbocco economico, permettendo la nascita di notevoli imprese di costruzione, nell’ultimo ventennio disgregatesi in una costellazione di piccole ditte d’artigiani.

Pur riconoscendo i vantaggi e le opportunità offerte dall’industria dell’ospitalità turistica è comunque doveroso sottolinearne le carenze, in primis nell’offerta di lavoro (se non di pura manovalanza, attualmente coperta da personale straniero) e nella sostenibilità ambientale. Dunque fuori dal contesto della rivoluzione economico-turistica di Vermiglio è opportuno ricordare i numerosi operai che hanno lavorato (e lavorano tuttora) nelle squadre provinciali di sistemazione montana, al piccolo esercito impiegatizio talvolta costretto ad un pendolarismo di valle e ai laureati spesso costretti a rimanere nelle città dove hanno completato gli studi e che hanno dato vita ad una versione locale del fenomeno nazionale conosciuto come fuga di cervelli.

(estratto di un testo di Felice Longhi)

SULLE TRACCE DELLA GRANDE GUERRA

Il museo all’aperto denominato “Sulle tracce della Grande Guerra” è il recupero e conservazione delle testimonianze del primo conflitto mondiale presenti sul territorio di Vermiglio e del Passo Tonale. Si tratta di un percorso che si sviluppa dal Museo della Guerra di Vermiglio, dall’allestimento multimediale a Forte Strino e dalla Galleria Paradiso in alta quota che offrono ad ogni visitatore percorsi di conoscenza ed approfondimento sul paesaggio fortificato del Tonale e sulla cosiddetta “Guerra Bianca”.

Visita il sito sulle tracce della grande guerra

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